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Al Doppio Gusto, cucina privata

Al Doppio Gusto, cucina privata
Ciao, benvenuto.
Devo avvertirti: se ti piace leggere descrizioni di scopate, pompini e affini, ma senza una trama… una storia vera e propria, allora ti consiglio di non perdere tempo con me, resteresti deluso.
Chi mi conosce lo sa, e chi non mi conosce spero che presto mi leggerà. Mi auguro di offrire pagine piacevoli ma qualsiasi commento è sempre ben accetto.

Questa è la base di un racconto diverso.
E’ l’origine di una sfida e non so ancora chi la raccoglierà ma, come tante delle cose che scrivo per hobby, alla fine è un gioco; io mi diverto!
E se il gioco ispira altri, tanto meglio, ne sarò felice.
Il “gioco” è semplice… come il Sommelier propone i vini giusti per coronare un pasto d’eccezione, così mi aspetto, dai professionisti o dagli appassionati di cucina, le migliori proposte per accompagnare le “cenette erotiche” e speciali che si organizzeranno nel ristorante più intimo ed esclusivo del mondo:
“The Double Taste” – Cucina Privee
In queste pagine vi presento le padrone di casa e la location… siate tutti i benvenuti e…
Buoni Appetiti!

PARTE PRIMA

1

“Noi siamo le vergini dai candidi manti,
rotte di dietro ma sane davanti…”
E poi il poema continuava, falsamente aulico, con rime e battutacce sempre più licenziose e irriverenti. Chi, dalla terza liceo in poi, non era incappato nella tremenda parodia, intitolata: “Ifigenìa in Cùlide”?
Caterina sorrise discreta per non attirare l’attenzione del suo vicino, anche se questi, un attempato signore di Firenze, sembrava riposare quieto, steso alla meglio nel seggiolino del Jumbo che, di li a poco sarebbe atterrato al Kennedy, l’aeroporto di New York. Chissà come mai l’era tornata in mente quella vecchia parodia… il risultato di quei pensieri “scolastici” era sempre lo stesso: si intristiva. Ripensava alla tragica fine del padre e alla naturale conseguenza di quella catastrofe familiare.
Sola, si ritrovò sulle spalle ogni responsabilità, compresa sua madre, che una malattia neurologica, aveva fatto regredire, in un amabile, quanto inutile, stato infantile.
Ora la mamma era sistemata, alla meglio, a casa dei nonni e Caterina, lasciata l’università, era stata costretta a cercarsi un lavoro, e in fretta.
Quasi dal nulla, nella loro vita, si era materializzata sua zia, la sorella più giovane del papà. Zia Pam era nata molto dopo e la sua età era molto più vicina a quella di Caterina che a quella del povero fratello. Aveva, di sicuro trentacinque anni, ma quando si presentò alle esequie, nonostante il dolore e lo stress del viaggio, sembrava, se non coetanea, la sorella più grande di Caterina. Elegantissima, in tailleur grigio griffato, appena stropicciato (era venuta direttamente vestita così); le scarpe di lacca nere, tacco 10, le gambe affusolate, perfettamente depilate e, particolare stridente per i gusti italiani, senza calze.
La ragazza non l’aveva mai conosciuta, di persona, ma la voce del sangue le attirò una verso l’altra; si abbracciarono strette e piansero, senza freno, per vari minuti.
Da quel momento (circa un anno prima), zia Pamela aveva preso a cuore le sorti della ragazza. Naturalmente, e su questo la zia fu subito molto chiara, il mondo di Pam era oltre oceano: Caterina se la sarebbe sentita, nonostante avesse solo ventidue anni, di spostarsi a New York?
Forse fu la voglia di cambiare, dopo il dolore; forse lo spirito d’avventura, forse era solo curiosa di vedere il mondo… soprattutto il “pianeta” segreto dove viveva sua zia. Di lei sapevano solo che stava molto bene e che lavorava nel mondo della ristorazione, nulla di più.
E la ragazza era partita. In America, però, le cose non erano andate come si aspettava; zia Pam era letteralmente scomparsa, nonostante le facesse sentire la sua presenza, occupandosi, in qualche modo, di lei.
Si ritrovò in un piccolo appartamento del Queens, in compagnia di due stagiste: una francese, della sua stessa età, che si portava sempre un sacco di ragazzi a casa, e una portoricana, di cui si sapeva poco; tornava molto tardi la sera e di giorno dormiva, segregata in camera.
Zia Pam, aveva sempre da fare; oltre all’appartamento pagato le consegnò una carta di credito (“per le emergenze”, aveva detto) e un abbonamento annuo alla metropolitana. Le fornì pure un vecchio cellulare:
– Chiamami solo in caso di bisogno, in questo periodo sono molto impegnata… mi farò viva io. Intanto goditi la città! – La baciò e sparì.
Da quel giorno Kate (era stata ribattezzata così nella grande mela) venne travolta da una serie di eventi che, come un fiume in piena, la trascinarono per tutta New York.
Cambiò quattro lavori; a stento riusciva a rimanere in un posto per due mesi, poi veniva buttata fuori, senza spiegazioni e senza mezzi termini. Per fortuna la pagavano, sempre! Almeno questo le permetteva di non dipendere da sua zia in tutto e per tutto. Era lei a procurarle il lavoro; sempre lei veniva informata al secondo, sul momento in cui era stata, gentilmente, messa alla porta.
E, infine, ancora la latitante ma informatissima zia Pam, le aveva procurato le successive esperienze lavorative. Sempre nel settore alimentare, sempre tra persone, disponibilissime ma distaccate… sembrava quasi fossero informate che Kate, di lì a poco, sarebbe stata buttata fuori.
Un atteggiamento che stava cominciando a darle sui nervi!
Dopo questa botta irrefrenabile di vita, zia Pam la chiamò e s’incontrarono per cenare insieme; uno dei loro rari incontri. La cena era un pretesto: la donna voleva solo comunicarle che aveva preso un biglietto per lei; che era ora di andare a trovare sua madre e che, nel caso si sarebbero sentite poi, per definire meglio il futuro di Caterina.
– Ah, per favore cara, dammi la card, – disse, a fine serata, – in Italia sarebbe inutile. – Kate si sentì quasi offesa ma obbedì. La zia continuò, consegnandole una busta.
– Ecco, questa e internazionale, puoi usarla per pagare in euro o in dollari. Sono le tue spettanze, indennità, fondi e un piccolo contributo della zia…- e le dedicò un sorriso smagliante e sincero. – Hai lavorato tanto, lo so, adesso godi un po’…
Kate credette di aver le traveggole: nella busta c’era una card, un foglio piegato col PIN e un estratto conto. Il totale in fondo al foglio non permetteva errori di lettura, le erano appena stati accreditati 10.000 $, in una sola botta!
La zia non tollerò alcuna rimostranza e neppure volle dare spiegazioni.
– Vai, adesso, fatti un bel viaggio, rilassati e poi, a mente fredda, ci sentiremo, con calma.
Nonostante il benservito a quattro zeri, Kate, ancora una volta ebbe la netta sensazione di essere messa alla porta senza spiegazioni…
“Porca miseria!” Pensò, stringendo i pugni ma trattenendo la rabbia. “Qualcuno potrebbe dirmi, almeno una volta, in cosa ho sbagliato?”

2

Ecco: finalmente, fuori dal Terminal.
Erano le 10 del mattino, un’ora accettabile per contattare sua zia, così iniziò a comporre il numero, mentre cercava di raggiungere l’area dove si faceva la fila per i Taxi. Non che si sentisse sperduta, le esperienze vertiginose dell’ultimo anno, le avevano dato la capacità di contare su se stessa senza lasciarsi prendere dal panico!
– Miss Kate? – L’apostrofò qualcuno che, evidentemente, sapeva perfettamente chi era. Intanto una mano robusta, s’impossessava con determinazione del suo pesante trolley.
– Segua pure me, prego.
L’uomo era un bianco, elegantemente bardato in un abito scuro. Kate conosceva il “modello”: anche se non portava, sotto il braccio, il classico berretto, doveva essere un autista di limousine, se ne vedevano molti in giro per la City.
– Ma… scusi, ma io… lei…
– Non si preoccupi di nulla, miss Kate, mi manda sua zia, la signora Pam. – Con un sorriso di circostanza, le aprì la portiera di un’elegante ma attempata Volvo scura.
Poco dopo, una Kate completamente disorientata, sedeva sull’ampio sedile di Alcantara bluette, ingoiata dal traffico dell’autostrada.
Una volta rilassatasi, ripensò a com’era iniziata questa sua seconda trasferta americana.
Dopo due mesi di vita monotona, dai nonni, si trovava sul punto di riprendere in mano i capi della sua esistenza italiana; ormai l’America sembrava sempre più lontana…
Una sera, salendo in camera, scoprì che il vecchio cellulare di Pam lampeggiava nel buio. L’aveva lasciato lì, sotto carica, e poi dimenticato.
Era arrivato un messaggio: “Contattami domani alle 18, ora italiana!”
E adesso eccola lì; non che ci fosse tornata controvoglia, però aveva intenzione di parlar chiaro con Pamela, da donna a donna. Aveva passato quasi un anno, sballottata da un lavoro all’altro, senza capirci nulla… ora voleva la sua libertà di movimento. Era fermamente disposta a restituire persino la cifra che la zia le aveva versato.
Ancora una volta, però, fu l’altra a stupire lei.
La vettura infilò sicura una strada residenziale un po’ appartata, era nei pressi di Wall Street, il quartiere degli uomini d’affari. Dopo pochi isolati, l’autista centrò un budello appartato e raggiunse un garage, anonimo e nascosto, protetto da una sbarra.
Aprì la portiera alla ragazza e, recuperato il suo bagaglio, la scortò fino alla zona degli ascensori. Il suo accompagnatore doveva avere un telecomando, o qualcosa di simile: Caterina venne infilata nel terzo ascensore; l’autista la salutò con un cenno di rispetto un po’ antiquato, poi la ragazza sparì dietro le porte della cabina.
All’interno non c’erano né spie né bottoni che indicassero i piani, solo un tastierino alfanumerico di metallo. Sopra, un display a led rossi lampeggiava come una vecchia sveglia: indicava una sequenza di quattro numeri. Kate non trovò di meglio da fare che ripetere le cifre sui tasti; come aveva intuito, la piccola cabina partì a razzo verso i piani superiori.
– Tesoro, che gioia riaverti qui! – Zia Pam (maledetta lei) era sempre troppo schietta, troppo limpida, quando se la trovava davanti. Kate rimandò la “resa dei conti” a più tardi, non era il momento adatto. Era stanca del viaggio; era felice di abbracciare la sua giovane e sorprendente parente e, infine, era troppo sconvolta dall’ambiente in cui era stata appena ricevuta.
– Questa… è questa casa tua? – Disse, senza nascondere la sorpresa. Dopo una piccola anticamera, si accedeva ad un salone, talmente ampio che sembrava la palestra del suo Liceo. L’arredamento era… perfetto, era l’unico aggettivo che le venne in mente. Nel suo splendore essenziale ma equilibrato, trasmetteva una strana sensazione. Era come fosse troppo ricercato per non essere stato progettato da un “artista” e, allo stesso tempo, non ti metteva in imbarazzo con un’ostentazione di opulenza fuori posto… infine: era Italiano. Ogni oggetto, ogni proporzione, parlava del suo paese lontano. Kate non era mai stata in un posto così maledettamente raffinato.
La donna le fece visitare la casa. C’erano due camere, ognuna con i propri servizi, spaziosi e finemente rifiniti con marmi e maioliche di fattura italiana. Una zona guardaroba e, a fianco una piccola lavanderia, con tutto l’occorrente.
Il salone nascondeva una piccola sorpresa: all’occorrenza, grazie a una serie di pannelli di legno, camuffati da vecchia credenza, si poteva dividere in due ambienti, perfettamente separati, con tanto di porta e relativa serratura.
Su un lato una lunga, ampissima vetrata, permetteva una confortevole veduta del cuore della città. Dovevano essere circa al dodicesimo piano.
Un’altra sorpresa era la mancanza di una cucina… niente, nemmeno un angolo cottura. Ma la zia spiegò tutto, con grande disinvoltura.
– Ti piace? Io l’amo molto… l’ho creata pian piano con l’aiuto di un amico: un architetto italiano che viene spesso negli States. – Poi la squadrò, come stesse valutando cosa le conveniva fare, e aggiunse: – Vieni, la casa non finisce qui!
In fondo, tra le due camere, c’erano due ante, tappezzate di elegante tessuto. Caterina le aveva notate ma pensava nascondessero un armadio a muro, invece, dietro la porta c’era una scala di legno; con due brevi tese raggiungeva il piano di sotto.
Da lì si accedeva a un corridoio del tutto fuori luogo, a prima vista. Non era male, ma era letteralmente asettico. Il passaggio era basso a causa di grosse canalizzazioni di acciaio. Un basso e costante ronzio pervadeva tutto l’ambiente. Zia Pam, fece strada, mostrando piena padronanza degli spazi che gestiva:
– Questa è la cucina! – Disse con una vena d’orgoglio, spingendo, col gomito, l’anta sinistra di una perfetta porta industriale.
Una serie di luci fredde si accesero in automatico, esponendo, agli occhi di Kate, una vista mozzafiato:
– Ma questa… questa è una cucina da… da…
– Esatto: una cucina professionale, da ristorante intendo! Attrezzatissima; all’avanguardia. In regola con tutti i permessi e le rotture imposte dal Ministero. – Sorrise soddisfatta, sgattaiolando con destrezza tra banchi d’acciaio, gruppo fornelli, forni complicati e celle frigorifere satinate. Oltrepassarono una gigantesca lavastoviglie:
– Qui potremmo servire, senza intoppi, fino a una trentina di commensali, però, di norma, ne serviamo uno, due o, al massimo, tre.
Raggiante, prese per mano sua nipote e la trascinò, completamente frastornata, nel piccolo, accogliente e peccaminoso ambiente del ristorante più esclusivo, segreto e trasgressivo di New York.

3

La cenetta era stata intima e squisita. Avevano servito loro un bianco, poi un rosso, sempre di provenienza italiana, eccellenti. Le due bottiglie giacevano sul loro tavolo, non vuote del tutto, ma quasi.
Erano arrivate tardi; adesso c’erano solo tre tavoli con pochi commensali e l’atmosfera formale del ristorante “Chez Tomaso” si era un po’ ammorbidita. Su un soppalco, un pianista, perduto nei suoi pensieri, carezzava i tasti, suggerendo motivi conosciuti che si perdevano subito, gli uni negli altri.
Forse lo Chef conosceva Pam, infatti venne a salutarle, tempestando di complimenti le due signore e accettando di buon grado, quelli che ricevette per la sua cucina.
Quando restarono sole Pam tornò all’imbarazzante argomento che aveva accuratamente insinuato sul finale della serata: le esperienze sessuali di Kate. La ragazza non parlava volentieri di quelle cose, le ricordavano un periodo breve ma turbolento della sua vita: l’adolescenza. Ma forse, Pam aveva scelto proprio il momento giusto; forse il vino era suo complice, quella sera, fatto sta che Caterina disse più di quanto avesse mai immaginato di poter raccontare.
Insomma: dopo i quindici le prime esperienze con i ragazzi. Era stata lei a scegliere un uomo adulto per farsi sverginare, un po’ per l’esperienza, un po’ per essere sicura di non rivederlo mai più, dopo.
Pamela, sua zia, sembrava comprenderla perfettamente, indagava, soprattutto, il lato sopito della sua sensualità. Kate, oggi, si era imposta una vita diversa e cercava di non pensare al sesso, ma la forza di volontà non poteva bastare a tenere sempre a bada le sue pulsioni. Ora aveva il solo scopo di aiutare sua madre e la famiglia a superare il periodo difficile.
Pam intervenne per dire la sua, se l’amore ci comprime e ci limita troppo, pian piano cominceremo a odiare, invece che amare, e a sopportare, senza godere.
Suo padre, per puro caso, venne a sapere di questi suoi rapporti, venne a sapere che aveva perso la verginità con un uomo che lui conosceva; aveva il doppio degli anni di sua figlia e non gli era neppure simpatico! Quello che per Kate era stato solo un gioco e una strategia, per il padre divenne una mezza tragedia, che inficiò pesantemente il loro rapporto.
La ragazza aveva reagito male, complice anche la giovane età; cominciò a consumare uomini come pacchetti di sigarette.
Caterina continuò, fluida, a confessare tutti i suoi “peccati”.
Disse persino di quelle volte in cui cercava di combinare i suoi appuntamenti con più di un ragazzo, per riuscire a farsi venire dentro dal secondo con cui stava, mentre ancora, nella vulva, teneva la sborra del primo. Aveva una specie di fissazione per lo sperma; prendeva la pillola proprio per non perderne neppure una goccia, quando si accoppiava. Naturalmente, tra i ragazzi che la conoscevano, divenne una specie di mito al negativo: tutti volevano schizzare dentro di lei…
Una volta, durante un fine settimana, era restata sola in casa, il pomeriggio del sabato aveva fatto in modo di ricevere ben tre “visite”.
Si mise praticamente a caccia di amici liberi, combinò gli appuntamenti e, come una Messalina, riuscì a farsi scopare, sul lettone dei suoi, da tre amanti. Dopo, quando anche il terzo venne liquidato rapidamente, con una scusa, ebbe la faccia tosta di telefonare ad un vicino, un medico, che aveva ben sessantacinque anni: l’uomo conosceva bene sia lei che la sua famiglia.
Gli raccontò di provare un forte mal di stomaco e gli lasciò la porta socchiusa, facendosi trovare, discinta, sul letto.
L’uomo rimase veramente stupito dalle sue avances, sempre più spinte; aveva fatto di tutto per ribellarsi e andarsene da quella casa, ma la vista e il contatto del corpo giovane e sinuoso di Kate, aveva fatto sì che l’ eccitazione superasse la professionalità e il senso di colpa.
Così lei si mise a gambe aperte sul bordo del letto e lui, dopo una serie di violente infilature, esausto e pentito, le spruzzò in figa un’altra, notevole, quantità di sperma.
Una volta sola, la ragazza, si mise a fantasticare, ripensando a ciò che era stata capace di fare. Lasciva e depravata, si portò nella doccia, dove sola soletta, cominciò a masturbarsi, seduta per terra a cosce spalancate. Mentre veniva, lenti e tiepidi, vedeva scorrere dalla vagina infiniti fiotti di sperma estraneo.
Il liquido, ormai saponoso e attaccaticcio, se lo spalmò addosso, sulle gambe e sul seno. L’odore, strano e perverso, di tanto seme pervadeva l’aria calda della doccia e le attaccava le narici. Mentre veniva non disdegno persino di poggiare la “roba” sulla lingua e, alla fine di suggersi le dita fino all’ultimo istante di piacere.
Mentre tute queste storie le sfuggivano dalla bocca, Kate si rendeva conto che stava veramente esagerando; chissà adesso che cosa avrebbe pensato di lei la zia Pamela.
Ma la donna rispose in maniera del tutto inadeguata:
– Che gioia, la mia piccina; che belle esperienze… non immagini quanto sono felice. E, non c’è che dire, amore, buon sangue non mente.
Kate strabuzzò gli occhi… non sapeva se ridere o piangere.
– Domani ci prendiamo tutto il sabato per noi. – Sorrise sincera. – Domani ti porto nella Grande Mela, in giro tra la pazza folla… poi domenica, ti spiegherò in che consiste il nostro lavoro. E poi… e poi…, – rise forte – e poi si vedrà: sarà quel che sarà!
Il pianista la dovette sentire, perchè si riscosse dal suo torpore musicale e intonò la nota canzone, portata al successo da Doris Day, Whatever Will Be, Will Be.

SECONDA PARTE

1

Era martedì mattina, Caterina si svegliò lentamente quasi faticasse a reinserirsi nel mondo reale. Quel loro lungo weekend era stato veramente sorprendente; confessandosi con sua zia, Kate era convinta di sconvolgerla. La sera prima, invece, era stata proprio lei a ritirarsi sconvolta e lievemente brilla, stupefatta (se non incredula) riguardo a tutto quello che aveva sentito.
In bagno, mentre faceva la doccia, cercò di raccapezzarsi in quel guazzabuglio di notizie, che sua zia le aveva scaraventato addosso. Kate era davvero perplessa e pensava, giustamente, “Ora: se il solo credere a quanto ho saputo, mi risulta difficile, come potrò affrontare la possibilità che ciò che mi è stato raccontato possa tramutarsi in realtà… e proprio sotto ai miei occhi?”
Kate, frequentando casa di sua zia, era stata ben attenta a salvaguardarne la privacy, bussava alle porte, evitava di uscire spogliata dalla sua camera, insomma erano due donne adulte ma tra di loro vi era stata ben poca confidenza. Come poteva succedere che, solo qualche ora dopo, la ragazza avrebbe potuto assistere a spettacoli ben più spinti di una semplice nudità? Pensò seriamente di organizzarsi per andarsene da quel posto.
Zia Pam le piaceva, e molto: disinvolta, sicura di sé, estremamente femminile ma con uno spiccato senso per gli affari, tipicamente americano. Caterina non era veramente spaventata dalla possibilità di osservare scene di sesso, anche spinto, magari persino di parteciparvi. Forse, una volta eccitata non avrebbe trovato la cosa così inaccettabile, ma era proprio la presenza di sua zia a bloccarla. Nonostante tutto non credeva di farcela, a far finta di niente, mentre davanti a lei sarebbe potuto succedere di tutto. E cosa avrebbe pensato, in cuore suo, la zia? Sicuramente che, utile o meno che fosse alla sua attività, sua nipote aveva accettato di prostituirsi (o quasi) e nemmeno in 48 ore.
Pamela era in cucina, l’odore accogliente dei toast mise Kate di buon umore. La zia la servì allegramente, fecero colazione senza parlare mentre la radio diffondeva una delicata melodia mattutina. La voce calda dello speaker, però, venne a zittita da Pam; la donna si mise alle spalle di Kate e le poggiò le mani sulle spalle:
– Lo so come ti senti, tesoro. Ora sai tutto, questo però non ti deve spaventare, se ti va, se hai deciso di provare, vedrai che tutto sarà più facile di quanto tu possa immaginare.
Kate si alzò, per porsi di fronte a Pam ma ancora non riusciva a guardarla negli occhi.
– Vedi questa attività – riprese la donna – ormai è veramente ben organizzata, credimi; è collaudata, la clientela è attentamente selezionata: nessuno qui vuole delle sorprese. Qui non si fanno giochetti strani, intendo al di fuori del gioco per adulti, trasgressivo, perverso, forse, ma sempre coscienziosamente riservato a persone adulte e consapevoli. Felici di passare qualche ora in maniera totalmente speciale, in un mondo che, difficilmente, sarebbe proponibile in una sede diversa.
Caterina, forse perché troppo lontana da casa, forse perché troppo orgogliosa per tornare indietro e portarsi sulle spalle un fallimento, accettò. Ma fu proprio Pam, sicuramente esperta nel leggere nell’animo umano, a porle una condizione: era possibile per Kate rinunciare e cambiare idea, in qualsiasi momento, ma con l’obbligo di rientrare immediatamente in Italia e, soprattutto, di dimenticare completamente la sua avventura americana.
La zia cercò accuratamente le parole giuste ma fu molto chiara, la ragazza avrebbe dovuto tacere totalmente riguardo a qualsiasi evento che si sarebbe svolto nel “ristorante”. Pamela, in quel caso, non avrebbe potuto proteggerla, né lei né se stessa. Era ovvio, frequentando quel giro pericoloso, alcuni dei suoi clienti speciali avrebbero potuto far pagare molto cara qualsiasi indiscrezione. Ma Kate non era una stupida e questo lo aveva capito già.

2

Illuminata dalle luci della sera, ingentilita da fiori freschi e candele che emanavano un profumo delicato, la sala era elegante, di una eleganza così sobria e contenuta da sembrare casuale. Ogni oggetto era posto nella giusta posizione, ogni posata, ogni tovagliolo, ogni bicchiere era stato millimetricamente sistemato al posto che gli competeva. Persino il lento, occasionale, fruscio delle lunghe tovaglie di organza sembrava il risultato di una accuratissima regia.
Il soffuso, indovinato, accompagnamento musicale rendeva ancora più accogliente quel meraviglioso quadro d’insieme.
Kate non aveva ricevuto nessun ordine specifico, né le era stata affidata alcuna particolare mansione, se non quella di tenersi a disposizione delle eventuali indicazioni di zia Pam.
Verso le 20 arrivò il primo cliente, almeno questa fu la deduzione della giovane. Zia Pam non gli dedicò particolari attenzioni, l’uomo venne fatto accomodare a uno dei tre tavoli, apparecchiati di tutto punto. Sedette tranquillo al suo posto senza ricevere alcuna particolare attenzione, una persona abbastanza insignificante, sulla quarantina, ben vestito ma senza eccellere; era bassino con un accenno di pancia, sedette tranquillo, leggendo e rileggendo il cartoncino ripiegato del menu. Sembrava attendere qualcuno.
Circa 10 minuti dopo, dal piccolo ascensore privato, che era collegato direttamente al garage, fece il suo ingresso una coppia, stavolta si trattava di persone che si facevano notare. Lui era un nero, alto, statuario se pure grosso, probabilmente sulla cinquantina; la donna al suo fianco era in abito da sera, indossava dei sandali con stiletto, vertiginosi, e non solo per l’altezza; dagli strass incastonati sulla piccola fibbia, Caterina capì che dovevano costare un occhio della fronte. Lei era una bella donna, probabilmente creola, sottile ma con il sedere a mandolino, evidenziato dalle paiettes che si curvavano e riflettevano la luce delle lampade.
La cena si svolse come nel più tradizionale dei ristoranti: zia Pam, in minigonna a tubino e calze francesine nere coprenti, era talmente appetitosa che la stessa Caterina provava eccitazione a vederla così provocante ma con infinito stile. La donna faceva da anfitrione, poi passò per discutere le ordinazioni, scegliere i vini e lo Champagne. Dopo, tutto venne servito da un solo, raffinato cameriere (altri non era che l’autista, che Kate aveva conosciuto da poco, un fedelissimo di zia Pamela).
A Kate, per l’occasione, era stato semplicemente richiesto di abbigliarsi adeguatamente; le venne fornito un abito nero, poco appariscente ma con uno spacco vertiginoso su uno dei lati. Sotto, sempre come “uniforme” imposta dalla casa, lingerie nera, reggicalze essenziale di pizzo e calze nere, con la cucitura, in pura seta. Ancora non erano stati serviti gli antipasti.
– Siamo pronti, gioia – le sussurrò Pam con un sorrisetto, – oggi tu sarai solo una raffinata cliente. Occuperai il terzo tavolo e il tuo unico ruolo sarà rendere ancora più “mortificante” la serata ai nostri clienti. Non credo sarai interpellata ma cerca di capire bene il tuo ruolo, entra nel personaggio…
– Ma che personaggio? Io non so…
– E figurati io, Kate; non scherzo. Ma tu sei una ragazza intelligente… lo capirai da sola. Ora segui Oscar e siedi, avendo cura di trovarti a favore della scena.
Fu così che si trovò paracadutata in quella sala speciale, che t****lava opulenza e ricchezza, potere e fragranze costose. Esteticamente, Kate, venne trattata al pari degli altri commensali, il tipetto insignificante e la coppia di VIP, però Oscar le lanciò alcuni sorrisi segreti, facendola sentire comunque della partita; e lei gliene fu grata.

– Il signore del tavolo due ha piacere di offrirle una coppa di Cristall, visto che lei è da solo, stasera!
Zia Pam, adesso, aspettava che l’ometto accettasse dopo avergli avvicinato il bicchiere ancora spumeggiante, con un accenno di inchino cortese. Quello sembrava un po’ preoccupato, dava l’impressione di uno tirato in uno scherzo, e che non sa come andrà a finire.
Kate non capiva più bene chi erano i veri clienti e chi le “comparse” in quella cena, che assomigliava sempre di più a una scena teatrale!
La donna del nero sembrava avere caldo, visto che, man mano che il tempo passava, lasciava che la sua veste risalisse le cosce, senza mai preoccuparsi di darsi una sistemata. Ormai Kate, dato che la donna non aveva nemmeno il pudore di chiudere le gambe, vedeva chiaramente che la signora indossava le mutandine bianche; lo stesso spettacolo, ovviamente, non era un segreto nemmeno per l’uomo del tavolo uno, né per Oscar, che però faceva accuratamente a meno di guardare.
Dopo l’offerta dello Champagne sembrò che l’interesse tra i personaggi dei due tavoli prendesse una piega più intrigante.
Le raffinate pietanze erano state proposte in porzioni estremamente parche e consumate con ulteriore parsimonia; i commensali volevano tutto il gusto, evitando accuratamente di appesantirsi; maggiore spensieratezza, invece, avevano dimostrato nel gustare i vini.
La zia e Oscar si ritirarono discretamente.
– Lei sta osservando mia moglie molto accuratamente, signore, c’è qualcosa che non la convince?
Il nero mastodontico si era avvicinato al bianco; il tono non era minaccioso ma la scena faceva una certa impressione. Dopotutto, era evidente che il “mandingo” avrebbe potuto stritolare il poverino con una sola stretta delle possenti mani. Il bianco si fece ancora più piccolo e vecchio, arrossendo leggermente.
– No, no, mi scusi. È solo che la signora è molto affascinante, non riuscivo a distogliere lo sguardo… lei, lei è un incanto.
L’uomo grosso, in piedi, strinse i pugni, ma forse era più per vincere una sua riluttanza che per la rabbia. Qualcosa suonava strano in quella specie di pantomima. Invece di finire a cazzotti, la scena cambiò e proseguì, sotto gli occhi sorpresi di Kate: il marito della donna iniziò a fare un po’ di spola tra i due tavoli, parlottando ora con sua moglie ora con il signore bianco. La donna, invece di mostrarsi offesa sorrideva e l’altro, perdeva man mano la sua espressione bonaria. Adesso guardava con insistenza le forme della bella signora e, senza trattenersi, si passava la mano sui pantaloni, la dove c’era la patta.
Un’altra cosa fuori registro, poi, erano gli sguardi più o meno furtivi che tutti lanciavano a Kate. Forse non sapevano chi fosse, né capivano il suo ruolo, ma adesso che si erano riscaldati, sembrava non provassero alcun riserbo nel lasciarsi osservare.
I messaggi che il nero passava tra i due, pur se sottovoce, erano inequivocabili. L’ometto non nascondeva più il suo desiderio nei confronti di quella donna che, di certo, nella vita di tutti i giorni, forse non avrebbe mai potuto sognare di sfiorare. Ora invece diventava sempre più sfrontato: chiese alla donna di aprire bene le gambe, tramite il marito, che, invece di ribellarsi, sembrava rassegnato a sottomettersi alle strane voglie del commensale.
Le guardava le mutandine e la pregò di abbassare un po’ l’orlo per controllarne il suo pelo; anche Kate, ovviamente, vide tutto: ne aveva un triangolino soltanto, alto sul pube. Il resto della vagina e le grandi labbra era depilato di fresco, immacolato come la carne di una giovane vergine.
La donna venne invitata a spogliarsi e a mostrarsi in intimo, in piedi. Il marito si premurò che l’ordine venisse eseguito. La signora ci sapeva fare; approfittò sapientemente della musica di sottofondo per rendere il veloce spogliarello, eccitante come non mai.
– Per favore, si spogli pure lei, tutto; la parte di sotto intendo. – disse l’uomo insignificante, che restava seduto e vestito. Il nero, ormai agiva sotto il comando di quello: incredibile! Eppure, in pochi secondi, rimase solo in camicia: sotto si tolse tutto, persino le mutande.
Kate deglutì per la sorpresa, impossibile nascondere che la cosa diventava eccitante, pure se non chiara; ma adesso era evidente che il negro era uno spettacolo della natura. Ben piantato sulle cosce sode e muscolose; un po’ di pancia, tesa ed elastica, gli allargava la camicia ma non lo rendeva certo meno appetitoso. Sotto, oscuro come un grimaldello, pendeva uno spesso, enorme pene: barzotto ma impressionante. Nonostante la sua “dotazione” la figura strideva nell’ambiente, visto che ormai era evidentemente al servizio del bianco, e non solo: sua moglie, seminuda e statuaria, sembrava avere per l’ometto il massimo dell’interesse. In altre parole, era come se la signora si preoccupasse di piacergli.
A quello li? uno sconosciuto di poco conto, vestito alla meno peggio, di certo abbastanza fuori luogo per un ambiente e una serata estremamente raffinata.

– Vieni, – disse il bianco direttamente alla donna, cercava di darsi un tono e di impostare la voce, ma era evidente che egli stesso non credeva a un tale momento di fortuna. – Ti voglio vedere da vicino.
E così fu. Lei, quasi ubbidiente, si avvicinò al suo tavolo. Lui la toccò, la fece girare un po’ per godersela meglio, poi la fermò, e messosi in piedi, lentamente la spogliò completamente con le sue mani. La donna si proteggeva con le braccia, ma lui le ordinò di aprirle e di lasciarle scorrere lungo i fianchi. E lei obbedì. Intanto si guardava intorno, soprattutto verso Kate; sembrava arrossire a causa di quella inaspettata sottomissione.
Mentre sua moglie si faceva palpare da un mentecatto, pure un po’ imbranato, lo splendido negro, sconfitto, sedette senza forze, come uno che è costretto a subire una dura sconfitta. Intanto, più l’altro si faceva ardito, più l’omone si carezzava la lunga asta nera, tipica della sua razza.
Caterina, per una specie di privata autodifesa, si era ripromessa di restare il più possibile neutrale agli avvenimenti che l’attendevano. Sua zia, come al solito, la infilava nei casini “full immersion”, senza mai darle il tempo di prepararsi ai colpi di scena, che sembravano all’ordine del giorno, nell’esistenza della strana parente. Ma Kate si fidava di lei, nonostante il carattere forte si sentiva amata da quella donna, e non poteva fare a meno di ricambiarla; in realtà, dovette ammettere, l’ammirava da sempre!
Era pronta a non scandalizzarsi, aveva ben capito che in quel locale, nonostante i pizzi e le orchidee, era il sesso la principale prerogativa. Ma che razza di sesso? Che tipo di perversioni si sarebbe dovuta aspettare… e fino a che punto, la zia, pretendeva che fosse disposta a lasciarsi coinvolgere?
Era bene determinata a restarsene immobile, almeno finché non fosse stata chiamata in causa direttamente… intanto, ora che i commensali si erano molto riscaldati, Pam e Oscar, ricomparvero ai margini della sala, diventando a loro volta curiosi ed eccitati spettatori.
L’ometto, oramai, si dava da fare con la meravigliosa moglie del negro superdotato. Visto che quella storia non era un sogno, si vedeva che si era eccitato, e l’eccitazione lo rendeva sempre più bramoso e sfrontato. Baciò la donna sul collo e poi sui seni; succhiò i suoi capezzoli, fino a renderli spessi e duri ma poi si dedicò alla sua bocca, alle labbra. Le leccò, le succhiò… la violentò con la lingua, facendo in modo che il marito subisse. Quella penetrazione lasciva sottintendeva un possesso, uno spadroneggiare che, nonostante si trattasse solo di baci, aveva la stessa lubricità di un accoppiamento selvaggio e irrispettoso. L’uomo nero lo sentiva, e si dimenava sulla sedia, incapace di reagire.
Adesso toccava al bianco di spogliarsi. Il suo abbigliamento intime era squallido almeno quanto lui; Kate si ritrovò a pensare che fosse di origini europee o addirittura italiche. Canottiera lisa, delle mutande antiquate e un classico paio di pedalini corti, di un inaccettabile colore beige, che tenne rigorosamente addosso, insieme alla sola canotta. Mise le scarpe da parte, sotto la sedia su cui aveva poggiato i vestiti.
Nonostante la tensione erotica del momento, il bianco non celava alcuna sorpresa, sotto quell’epa, pronunciata e molle. Nascosto dall’ombra della pancia, un groviglio irsuto di peli neri faceva da cornice a un piccolo cazzo. E dire che sembrava già abbastanza in tiro per eccitazione.
Kate dovette trattenersi per non ridere, per quanto grottesca era diventata la situazione. Aveva sentito parlare della pratica del cuckold e sapeva che, negli States, essa era abbastanza diffusa; probabile retaggio di antiche intimità, che risalivano ai tempi dello schiavismo. Ma qui i ruoli erano totalmente invertiti: il bull, il toro del triangolo, era un insignificante “Fantozzi”, obeso, mentre l’aspirante cornuto era il negro: imponente, elegante persino nella sua nudità e notevolmente “attrezzato”. A occhio, il membro del signore era almeno quattro volte più grosso di quello dell’altro. Incrociò lo sguardo di Pam e senza parlare, intuì che anche la zia pensava le stesse cose.
Queste discrepanze erotiche, però, non impedirono alla strana serata di continuare in maniera sconcertante.
La signora, dopo essersi lasciata sbaciucchiare ad oltranza e aver goduto delle slinguazzate aggressive del tapino, non si lasciò certo scoraggiare dalla sua meschina figuretta. Neanche fosse il più accorsato gigolò, si mise in ginocchio sul tappeto, e dopo una serie di gaudenti manipolazioni, si prese in bocca quel salsicciotto di carne e iniziò a succhiarlo di gusto. Pompava con le labbra per introdursi il membro tutto in bocca; viste le dimensioni non incontrava alcuna difficoltà.
Kate osservò il negro: si contorceva sulla sedia e si stringeva il pene, che adesso somigliava a un obelisco; riscaldata dalla serata la ragazza iniziò a leccarsi le labbra e ad aprire inconsapevolmente le gambe; in circostanze normali non avrebbe lasciato senza guaina una “spada” così appetitosa… ma stava lavorando, dopotutto!
Intanto la coppia si dava sempre più da fare e l’europeo in canottiera si era attizzato; il suo cazzetto era bello rigido adesso, aveva finalmente le dimensioni di un wurstel Viennese, ma non lo adoperò subito. Prima prese per mano la dama e la fece sedere accanto al marito; s’inginocchiò a sua volta e iniziò a pasteggiare tra le cosce spalancate della tipa. Doveva essere bravo con la lingua, visto che la donna sembrava gradire in maniera evidente; pose una gamba sulla spalla del suo seduttore e l’altra la fece fluttuare davanti al viso sudato del marito, che la prese e iniziò a baciare e leccare il piede, sebbene ancora calzato nel sandalo strepitoso.
– Adesso me la scopo sul tavolo, guarda! – disse l’ometto dopo aver fatto raggiungere alla donna un primo, sonoro, orgasmo soltanto con la lingua. – Me la metto sotto come si merita.
La signora non chiedeva di meglio che essere “adoperata”, assecondò le istruzioni del maschio, ponendo i gomiti sul tavolo dove avevano cenato, col portentoso culo all’aria, in felice attesa di soddisfare il suo corteggiatore.
Quello col cazzo piccolo sapeva il fatto suo, in fondo. Prese l’abat-jour del tavolo vicino e la pose a terra, rovesciandola; adesso il cono di luce era proiettato sulle forme opulente della sua conquista. S’intravvedeva la vagina pulsante e grondante, tra le cosce, serrate ma ammiccanti.
– Inginocchiati dietro di noi, – ordinò il bianco – così assisti a tutta la penetrazione.
Il nero obbedì senza fiatare; nonostante la mole, adesso nei movimenti mostrava un che di effeminato. S’inginocchiò, aveva a sua volta il sedere tornito, in bella mostra. Gli occhi di Kate, senza volerlo, corsero ancora al grosso pene: ora che l’uomo era chino, pendeva e dondolava tra le cosce, sembrava il nerbo di un cavallo pronto alla monta. L’uomo stringeva tra le dita uno Smart, sicuramente per riprendere la scena di sua moglie sedotta da un altro.
L’ometto si mosse rapido. Ora che tutto era organizzato, si piazzò alle spalle della signora, in attesa. Col ginocchi la costrinse ad aprirsi tutta, poi si bagnò la cappella con la saliva. Non indossò alcun profilattico ma le infilò direttamente il pene dentro la vagina, senza convenevoli.
Premendo col corpo lo inserì tutto dentro; dopo alcune scivolate avanti e dietro, come volesse aprire la strada, il tizio si siede a scoparla con una velocità che Kate aveva visto tenere solo ai cani in calore. Lei stessa non era mai stata scopata così rapidamente. La donna gradiva certamente, perchè iniziò a strillare parole confuse, ma il fiato si rompeva a causa delle botte che quello le dava e che si ripercuotevano su tutto il suo corpo prono. Venne schizzando, in pochi minuti, sotto lo sguardo addolorato del marito.
Quello che la chiavava si tirò indietro appena in tempo, si dovette contorcere non poco per non venire a sua volta. Quando riuscì a riprendere il controllo, entrò nuovamente nella figa della signora, stavolta si muoveva lentamente e, con la voce rotta dall’emozione, gli ordinò di leccarli da sotto, L’uomo non oppose alcuna resistenza; metodicamente con la lingua titillò prima sua moglie, dedicandosi al clitoride, ma poi, eccitatissimo, sciolse le briglie e leccò tutto, compreso il dorso del pene e i coglioni dell’amante improvvisato. Infine, quest’ultimo si fermò, fisso nella donna, mentre il nero assunse la giusta posizione per leccargli l’ano. La moglie davanti, persa nell’amplesso, si masturbava per raggiungere un altro orgasmo.
Kate aveva la figa in fiamme e le mutandine inzuppate ma resisteva.
I tre ora sembravano recitare solo per il piccolo pubblico della sala. Il nero, felice di essere umiliato, aspettava il colpo di grazia… che non si fece attendere.
Il bianco fece spazio sul tavolo, poi costrinse la donna a sedercisi sopra; si mise supina, le gambe alzate e aperte, come fosse dal ginecologo, ma ora le attenzioni dell’uomo non erano più per la sua fregna.
– Aiutami, dai, – disse il maschio al nero, poi aggiunse delle parolacce nei confronti di sua moglie. Il negro leccò un po’ la moglie, quasi volesse assaporare il gusto della donna appena penetrata. Poi, si servì dell’oliera per raggranellare qualche goccia di olio d’oliva. Iniziò a umettare e massaggiare l’ano della signora sul tavolo. L’altro guardava estasiato, in attesa del suo turno, masturbandosi distrattamente.
Il marito, pian piano, profanò la donna prima con una e poi con due dita, alla fine si fece di lato, servizievole. Egli stesso aiutò l’ometto a ficcare dietro il piccolo pene. Nonostante tutto era molto rigido; provocò qualche gridolino (di piacere, certo non di dolore). Poi tutto andò per il meglio.
Ritmicamente, il bianco infilzava la bellissima donna che era in estasi, mentre il marito si masturbava e faceva un video della sodomia.
Dopo una decina di minuti, il maschio mugghiando come un toro, estrasse il cazzo e venne, imbrattando tutte le parti intime della signora, però non aveva finito. Penetrò di nuovo dietro, accasciandosi sopra di lei, e si trattene ancora vari minuti, fermo, in attesa che il pene si afflosciasse.
La donna lanciava battutine e sorrisetti ma non scese dal tavolo, aspettava il marito, di certo. Infatti, questi, si chinò a leccarla accuratamente, dedicandosi a tutti gli orifizi e ad ogni piega, al fine di detergere le carni dallo sperma estraneo. Gustando il nettare e soffrendo come un dannato, si masturbava verso il basso, finché toccò a lui irrorare il pavimento con una lunga colata di liquido seminale.

***

– Non capisci? – disse Pam, mentre rassettavano, sfinite e, di sicuro, ancora eccitate – Per quello, il signor Smith, è diventato arrapante subire il contrario di ciò che i suoi antenati facevano in molte famiglie di bianchi… va a capire la sua mente cosa gli suggerisce? Boh ? Comunque, tesoro mio, qui ne vedrai tante e conoscerai ancora molti signori Smith!
Kate sorrise alla zia, raccogliendo gli ultimi calici:
– Per me possono fare il “teatrino” tutte le sere se il risultato è beccarsi una mancia come quella di stasera… ma tu capisci, zia Pam? 500 dollari! E quel poveretto del marito mi ha anche detto che sono stata molto brava! Ma brava a far cosa?
Mah…? la gente è strana.

Continua…

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