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La “nuova” Mariangela (nome di fantasia)

La “nuova” Mariangela (nome di fantasia)
Forse vi sembrerà la solita storia di fantasia ma i fatti raccontati sono assolutamente veri.
36 anni, moglie e madre incompleta, insoddisfatta della solita quotidianità, timorosa e incerta ma allo stesso tempo decisa a soddisfare i propri bisogni sessuali. Una signora dall’aspetto normale, gradevole quanto desiderabile ma non bellissima. Alta, lunghi capelli neri, curata e fisicamente si lascia ancora ben guardare, elegante sui suoi tacchi cammina per la strada cosciente di non passare inosservata. La conosco da molti anni, è nata un amicizia sincera e vera, di quelle intime da sfruttare in quei momenti che lo sconforto o la voglia di una sana scopata ti permette uno sfogo sicuro che sai rimarrà segreto. Quella sera col marito al turno di notte, andammo a cena in ristorante lontani da occhi indiscreti. Notai subito che era più taciturna del solito e si muoveva con una goffaggine che mai avevo avuto modo di vedere. Quando ci sedemmo le chiesi il perché non si toglieva il lungo cappotto rigorosamente nero che gli arrivava alle ginocchia. Abbozzò una specie di sorrisino malizioso pregno di imbarazzo. Discutemmo di amici e amiche in comune, della sua malinconia domestica e di come sentiva l’estremo bisogno di trasgredire per sentirsi realizzata e libera dai tabù casalinghi. Durante il pasto rivelò di essersi sentita sempre una “dominante”, con fantasie persino bisex che mai aveva concretizzato se non attraverso lunghe sessioni di triste autoerotismo. A bassa voce, mi sussurrò di avere scoperto in se stessa un indole da sottomessa, lontana mille miglia dall’apparenza autoritaria e vagamente altezzosa che sfoggiava con tutti. Arrossì di vergogna a certe sue confessioni ma anche il caldo di quel cappotto faceva certo la sua parte. Pareva che a volte avesse delle fitte o degli strani spasmi, le chiesi se si sentiva bene. Si guardò intorno per essere sicura di non essere udita da nessuno e quasi piangendo per ciò che capì poi essere vero dolore mi rivelò che aveva indosso solo quel lungo cappotto, i collant neri e le scarpe. Mi misi a ridere, schernendola e chiedendole se aveva realizzato di essere pure un esibizionista pronta ad alzarsi dal tavolo e a mostrare le sue grazie a clienti e camerieri. Rispose solo che era un idea che gli era balenata in testa nel pomeriggio e mi chiese quasi supplicando se avevo voglia di fare due passi per le vie del centro. Ci alzammo dalla tavola e uscimmo all’aria gelida di quel sabato di dicembre che introduceva alla settimana di Natale. Mi diede la mano e imboccammo il corso principale, lei ormai barcollava come un ubriaca e ogni tanto emetteva gemiti e lamenti che non riuscivo bene a interpretare. La vedevo intrigante come mai, adesso che sapevo del “sotto il cappotto niente” desideravo solo di portarmela a casa e di placare i “bollori” nel modo che piaceva a entrambi.
Ma lei era restia, in mezzo a coppie di fidanzati e gruppetti di persone di varia età mi disse di non essersi mai sentita così eccitata, tanto d’avere avuto già due orgasmi “gestiti” in silenzio nel ristorante. Le dissi scherzando che mi pareva di andare a spasso con una cagna in “calore”, lei abbozzò il solito sorriso da Gioconda e mi spinse ad entrare in un bar. Ordinò da bere poi mi chiese di accompagnarla in bagno. Pensai volesse farlo lì, invece arrossendo di nuovo come un pomodoro si aprì finalmente quel lungo austero cappotto da collegiale e rimase muta. Restai tra lo sbalordito e l’eccitato quando la vidi praticamente nuda, con i grossi seni stretti da un elastico e le pinzette ai capezzoli. Cristo Santo, le grosse mammelle dal turgido capezzolo marrone le si erano gonfiate fino al punto che parevano scoppiare ed erano diventate viola per la poca circolazione sanguigna. Tu sei pazza, poi abbassando lo sguardo vidi lo stomaco costipato da una cintura elastica troppo serrato per una che aveva mangiato e bevuto in abbondanza. Non ebbi neanche il tempo di dire una parola che con un gemito esplose in un orgasmo pauroso tanto che dovette appoggiarsi spalle al muro e reggersi sul lavabo per non cadere. Montò tanta di quella “panna bianca” da poterci farcire una torta. Soddisfatta tesoro? Il suo viso incandescente si era trasfigurato in espressione di piacere mistico. Prese dei fazzolettini dalla borsa e cominciò a detergersi. Mi chiese di aspettarla fuori. Tutti i presenti avevano capito che in quell’anonimo bagno era successa la cosa più semplice a cui pensare. Ora quello goffo e imbarazzato ero io in attesa che Mary uscisse possibilmente senza altre fantasie da realizzare in pubblico. La vidi visibilmente stanca, dolorante, quasi sul punto di piangere per quella che a me pareva una punizione autolesionista. Ma nel patimento confessò di godere ancora, di non essersi sentita mai così realizzata sessualmente e felice d’avere avuto il coraggio di piegarsi finalmente al suo vero essere. Uscimmo tra l’ilarità generale. Ma sei ancora in quelle condizioni? Lei annuì con lamento e un sorrisino malizioso. In macchina le dissi quanto ero fiero di lei e le feci i complimenti. Per tutta risposta lei estrasse dalla borsa un vibratore di quelli Bgee che tanto piacciono alle ragazzine. Se lo infilò senza fatica e reclinò la testa sul sedile. Gemette, urlò, grugnì proprio come una suina finchè non arrivammo a casa. Pensai che aperta la porta stramazzasse sfinita sul pavimento, invece si tolse finalmente il cappotto e si appoggiò coi gomiti sul tavolo della cucina. Sono la tua cavalla, ti prego “montami”. Dopo la furiosa cavalcata si tolse tutti gli strumenti di tortura che si era inventata. I Seni erano palloni pronti per scoppiare. Se ritrovo la strada, torno a casa disse ridendo schiantata da tutto quello show. Mi diede un bacio e mi ringraziò come una miracolata. Domani ti faccio sapere come ho passato la nottata. Ciao

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